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ET VERBUM CARO FACTUS EST, et habitąvit in nobis; et vģdimus glņriam eius, glņriam quasi Inigéniti a Patre, plenum grąziae et veritątis.






09/09/2010 @ 15.16.11
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Admin (del 08/09/2010 @ 09:20:36, in Storia, linkato 2 volte)
Pubblichiamo di seguito un articolo di Vittorio Leo, uno dei nostri soci più attivi, apparso sul sito http://www.riscossacristiana.it



“Questa Italia già esiste ed ha dalla sua religione principalmente, e poi dalla sua lingua, dai suoi interessi e da mille altre relazioni che cotesti tre elementi producono, quella unità, senza la quale non sarebbe nominabile, né intelligibile (e come potreste dire Italia se Italia non fosse?). Ma poiché essa non è fatta a seconda delle utopie multiformi de’ suoi rigeneratori, essi vogliono ad ogni costo acconciarla a modo loro; e vi assicuriamo che l’acconceranno per le feste”.Luigi Taparelli d’Azeglio

L’Identità nazionale è stata oggetto di critica e di derisione in diverse occasioni e da parte di svariate aree politiche e culturali (un tempo era la sinistra che, in nome di un certo internazionalismo sovietico,osteggiava l’attaccamento alla Patria; oggi invece, a quanto pare, i più pericolosi non sono i leghisti ma i “pensatori neodestri” i quali vorrebbero un Italia diversa da quella reale,dove l’unica forma di patriottismo accettabile è di tipo costituzionale). Una identità che oggi viene connessa a pochi interessi: la nazionale di calcio,la moda, i prodotti italiani. Un po’ poco per un paese che per secoli è stato faro di civiltà e modello di sviluppo e innovazione. Un paese che sta anche perdendo quella vocazione spirituale che in un certo senso lo identificava come “seconda Terra Santa”.
Tuttavia va chiarito che la rinascita Italiana, così come la pacificazione nazionale, non potrà aversi perpetrando la celebrazione di miti illusori (per non dire dannosi) come il risorgimento e la resistenza. Un attento revisionismo storico, ha dimostrato come questi avvenimenti abbiano comportato in un certo senso lo smarrimento dell’identità patria, abbiano fomentato divisioni laceranti e aperto ferite non ancora sanate. C’è chi parla del risorgimento come di un “movimento anti-italiano” e in un certo senso non ha tutti i torti. L’abolizione di secolari corpi sociali (quasi millenari), l’omologazione culturale, la scomparsa di tradizioni storiche, l’aver optato per un unico piano economico che non considerava o comprendeva le vocazioni naturali dei territori, lo smantellamento di certe aree industriali, la spoliazione dei beni della Chiesa, l’imposizione di una “religione civile” contro quella profondamente cattolica del popolo italiano, hanno comportato l’inevitabile declino morale, sociale ed economico del paese. E dicendo questo non voglio rimestare sentimenti separatisti e anti-unitari.
Sul risorgimento Francisco Elias de Tejada così si espresse nel corso di un convegno, era il 1976, dei giusnaturalisti cattolici tenuto a Palermo: “Il Risorgimento italiano nel secolo XIX fu la realizzazione del sogno centenario dell’unità italica e questo merito indiscutibile e indubitabile va accolto dal pensiero tradizionalista italiano con il plauso entusiastico che merita il conseguimento di una necessità storica, il concretizzarsi di un anelito iscritto negli strati più profondi delle genti italiane. ... Qualunque fossero le maniere in cui si realizzò, per quanto possiamo dissentire sui metodi, il Risorgimento è parte della Tradizione d’Italia. Quel che possiamo deplorare forse è il procedimento storico e le forme con cui si compì...”.

L’idea di una “casa comune” degli Italiani in effetti era un idea che circolava da tempo (addirittura programma politico nel medioevo di Federico II di Svevia) ed era auspicata da molti italiani durante il periodo pre-risorgimentale. La prima vera formulazione di unità politica dell’Italia si ha nel XVI secolo,in modo particolare nasce una tradizione politica e culturale alla corte del Regno di Napoli, i cui autori (tra gli altri Camillo Quernera,Giano Anisio,Bernardino Martirano, Ludovico Paternò) parlano apertamente della possibilità di unificazione politica della penisola attorno alla capitale meridionale.

Dice ancora Francisco de Tejada a tal proposito: “L’idea dell’unità dell’intera Italia intorno al trono napoletano, era la conseguenza dell’ottimismo trionfale dei figli del Regno dovuto al fatto di far parte della Monarchia cattolica”.“Dal momento in cui il Re di Napoli aspirava alla Monarchia universale, aveva come missione la unificazione degli italiani. Il Re di Napoli come Signore del mondo rappresenta il contropiede della teoria napoletana dell’unità politica italica”

Rientrano nel percorso politico filo-unitario le insorgenze anti-giacobine (1796-1815), da molti studiosi ormai riconosciute come difesa spontanea, da parte del popolo Italiano, della Patria e dell’Altare. In seguito il movimento neo-guelfo, che nel corso del secolo XIX propose la federazione degli stati pre-unitari. Ancora,sempre in quel periodo, il Re Ferdinando II di Borbone delle Due Sicilie (avallato anche da Pio IX) presentò dei programmi di federazione e di abolizione delle dogane interne dei vari stati. Tuttavia gli eventi prepararono per l’Italia una sorte ben diversa come abbiamo visto.
C’è anche da dire che non tutto di questi primi centocinquant’anni di stato unitario va buttato, ci sono alcuni aspetti positivi che vanno riconosciuti; e non si può nemmeno negare il contributo dato dai cattolici allo sviluppo dello Stato sociale, tra alti e bassi, dall’opera dei congressi fino ai comitati civici e alla Dc (che in seguito,purtroppo,diventerà uno dei maggiori agenti della modernizzazione e della secolarizzazione del paese).
Non si può non tenere poi conto del contributo dato dal fascismo (regime) alla pacificazione tra le istituzioni dello stato unitario e la Chiesa Cattolica (sancito dal concordato del ’29). A mente lucida e fuori dalle contrapposizioni che hanno dilaniato l’Italia del dopoguerra per lunghi anni, si può anche ragionare su alcuni (e solo alcuni) aspetti positivi dell’esperienza fascista. Piero Vassallo su “itinerari della destra cattolica” senza identificare ingenuamente il fascismo con la Dottrina della Chiesa Cattolica dice: “nel disgraziato scenario delle ideologie moderne- giacobinismo, liberalismo, comunismo, positivismo, nazismo- il fascismo rappresentò il nobile tentativo di educare una modernità impegnata seriamente a ritrovare la via di quell’umanesimo italiano che fu magnifico interprete (pensiamo a Dante,a Petrarca, a Vico) della scolastica medievale”.
Inoltre, aggiungo, il corporativismo cattolico di Giuseppe Toniolo ebbe il suo influsso, magari minoritario, nell'esperimento corporativo-sindacale attuato dal fascismo negli anni trenta del XX secolo. Fu un errore nel dopoguerra abbandonare l’esperienza corporativa che nasceva in ambienti cattolici prima ancora che fascisti.
Come “rinnovare” dunque l’identità nazionale? Dove trovare dei punti di riferimento?
Credo che la soluzione al problema passi necessariamente dalla riscoperta di due aspetti fondamentali della Patria italiana:l’identità cristiano-cattolica, vero collante del nostro paese; e la romanità (spogliata però della retorica romantico-nazionalista), che rappresenta l’altro aspetto chiave di una certa cultura che nel nostro paese, grazie alla Chiesa Cattolica, ha continuato a vivere nel rinnovamento cristiano dei suoi più importanti istituti (d’altronde fu facile per la Chiesa far proprio il diritto romano: come diceva la compianta professoressa Marta Sordi, “Roma era cattolica prima ancora di essere cristiana”) .
Sorgono però nuove domande.
Quale modello politico attuare per una rinascita dell’Italia?
Dopo l’unificazione nazionale, la dirigenza del nuovo regno decise di optare per uno stato accentratore. Si è parlato di questo come di un abito sbagliato, non ritagliato su misura.
Da quel momento ne è passata acqua sotto i ponti, eppure le polemiche sono diventate sempre più aspre con profonde divisioni tra centralisti, federalisti, separatisti,ecc..
Tutte queste polemiche hanno fatto male al Paese e talvolta si è arrivato perfino a mettere in discussione il concetto di nazione italiana, volendo a tutti costi dichiarare pluri-nazionale lo stato italiano.
Anzitutto, bisogna chiarire senza alcun timore che lo stato-nazione non è necessariamente un elemento negativo per la società, ma anzi è utile per regolare alcune questioni che le singole comunità inferiori nazionali non sarebbero in grado di compiere adeguatamente da sole (e a maggior ragione in tempi di globalizzazione). L’idea di stato-nazione, va precisato, inizia ad essere elaborata nel XVI secolo grazie alla cattolicissima scuola di Salamanca, in Spagna. Ovvero da quella scuola di pensiero che viene definita “seconda scolastica”, e che pone la Comunità Politica al centro e al di sopra della cosiddetta società civile, ossia lo Stato inteso non come stato onnivoro e totalitario ma come <<societas perfecta>> che accoglie in se le <<societates imperfectae>> delle comunità minori, garantendo la loro convivenza associata nella giustizia.
Interessante,in merito al processo di formazione dello Stato-Nazione, il giudizio dato dal Professor Roberto De Mattei nel saggio “La sovranità necessaria”: <<Lo sviluppo degli Stati nazionali non comportava necessariamente l'abbandono della concezione medioevale della sovranità. Una prova ci viene offerta dalla missione di Santa Giovanna D'Arco,che si svolge proprio nel momento in cui gli stati nazionali si affermano sulle rovine della civiltà medievale che si spegne. E' in Giovanna D'arco che la sovranità medievale trova la sua più alta personificazione e che, secondo Jean de Pange, “l'idea di regalità cristiana raggiunge il pieno sviluppo”>>.pensiero cattolico di matrice aristotelico-tomista, che pone, come dicevamo sopra, al centro e al di sopra della cosidetta società civile la Comunità Politica, ossia lo Stato inteso non come stato onnivoro al modo totalitario ma come <<societas perfecta>> che accoglie in se le <<societas imperfectae>> delle comunità minori garantendo la loro convivenza associata nella giustizia
I buoni propositi di un modello di stato tradizionale e federativo vennero macchiati in seguito dall’assolutismo regio e dal centralismo illuminista: la rivoluzione francese si sparse a macchia d’olio ovunque, e ancora oggi in Europa prevalgono le ideologie anti-cattoliche.
Bisogna assolutamente condannare il modello statalista e centralista, di stampo giacobino, e proporre invece uno Stato leggero e inteso come “unione delle famiglie e dei popoli” (e ugualmente la patria va intesa non più in senso astratto e idealistico, ma più pragmaticamente come “terra dei padri” e come grande famiglia in cui si riconoscono le varie comunità organiche).
Uno dei principali nemici del totalitarismo moderno e in egual misura difensore del principio di sovranità nel XX secolo, fu senza dubbio Papa Pio XII che vide nello Stato uno degli elementi costitutivi del diritto naturale e, con la famiglia, la colonna portante della società umana.
<<La missione dello Stato- ammonisce Pio XII- è quella di controllare, aiutare e regolare le attività private e individuali della vita nazionale, per farle convergere armoniosamente verso il bene comune; orbene quest’ultimo non può essere determinato da concezioni arbitrarie, né trovare la propria legge primaria nella prosperità materiale della società, ma piuttosto deve trovarla nell’armonioso sviluppo e della perfezione naturale dell’uomo, al quale il Creatore ha destinato la società in qualità di mezzo(1)>>.
Pio XII aveva ben chiara questa distinzione tra sovranità (legittima) e tirannia totalitaria.
Fondamentale è dunque, volendo rimanere fedeli al pensiero cattolico, il riconoscimento e la valorizzazione del più vasto numero di corpi sociali, organizzati gerarchicamente all’interno dello Stato, facendo dunque da freno al potere centrale e garantendo le più ampie “libertà concrete”, territoriali e sociali.
Le forze politiche del nostro paese non possono ormai più trascurare le richieste di maggiore autonomia e di valorizzazione delle identità locali, che vengono dal nord come dal sud (senza per questo scadere in eccessi o in pericolose fughe separatiste).
E’ piacevole notare che nonostante un secolare processo di annichilimento delle radicate tradizioni popolari esse ritornano, redivive, con tutta la loro forza, per assestare un duro colpo alle truppe laico-massoniche di ogni risma.
In sintesi, è auspicabile una riforma del sistema in senso organico e corporativo (un termine che va ricondotto al suo significato originario); il che richiederebbe anche una necessaria riforma del parlamento, che andrebbe dotato di una camera delle regioni e dei mestieri.
L’Italia deve anche ritrovare quella “vocazione all’universale” che le è congeniale: dobbiamo tornare ad avere una missione comune e civilizzatrice, che trova il suo fondamento nei perenni principi della religione Cattolica e nel suo annuncio a tutti i popoli della terra.
L’unità dello Stato è minacciata, più che da ogni altra cosa, da questa miopia politica e culturale
Può essere d’aiuto la lezione di Josè Maria Ortega y Gasset sull’Impero Romano: «Il giorno in cui Roma cessò di essere questo progetto di cose da fare domani, l’impero si disarticolò». (va rifiutata) «ogni interpretazione statica della convivenza politica, che va invece intesa dinamicamente. La gente non vive unita in una nazione senza motivo, ‘perché si’; questa coesione a priori esiste solo nella famiglia. I gruppi che si integrano in uno Stato vivono insieme per qualcosa; sono una comunità di propositi e di aspirazioni».
Sempre il filosofo iberico ci da un altro spunto sul carattere universale di Roma che fu «la chiamata di genti diverse a fare qualcosa di grande insieme». Qualcosa di simile fece la Spagna, durante gli anni d’oro del suo vastissimo Impero.
A coronamento di questo sistema andrebbe ripristinata l’istituzione monarchica,non per puro nostalgismo, bensì per maggiori garanzie di unità nazionale e di tutela delle libertà concrete. Lo stesso S. Tommaso, pur non negando altri sistemi politici (aristocrazia,democrazia), ammette che la monarchia è la più perfetta tra le forme di governo. Ovviamente qui si parla di Monarchia Tradizionale, così brillantemente definita da Giovanni Cantoni in un suo celebre articolo(2): «La monarchia tradizionale è dunque una società tradizionale retta a regime monarchico ereditario, cioè una società che vive della tradizione ed è retta da una famiglia».
Prosegue Cantoni chiarendo il concetto di Rey nella Tradizione delle Spagne: <<Alla stessa definizione di monarchia tradizionale si può giungere osservando che cosa racchiude la monarquía tradicional dei teorici carlisti. Ci aiuta il lemma carlista nella sua completezza. Esso recita: “Dios, Patria, Fueros, Rey”. Il Rey è cioè custode della Santa Tradición, cioè della fede, della integrità nazionale e dei diritti acquisiti. Al Rey viene richiesta non solo la legittimità di diritto, cioè dinastica, ma anche la legittimità di esercizio, cioè il rispetto e la difesa della Santa Tradición, che fa sì che la monarquía tradicional sia non soltanto social e representativa ma anche limitada dalla legge divina e naturale e dai legittimi diritti acquisiti>>.
Al lettore questo programma potrà sembrare ardito e forse “utopistico” per i nostri tempi; tuttavia non possiamo rimanere impassibili al grido straziante di un’Italia, e di un Europa, che muore sotto le cannonate della secolarizzazione e del relativismo.

Vittorio Leo

Note:
1) Pio XII Enciclica Summi Pontificatus,cit.,p.451.
2) Giovanni Cantoni; La Monarchia tradizionale, unica soluzione globale alla crisi del mondo moderno.
 
Di Admin (del 04/08/2008 @ 10:48:53, in Storia, linkato 478 volte)
Fonte: effedieffe.com
Maurizio Blondet
Benchè debba essere un giorno lieto quello in cui Aleksandr Solgenitsin è tornato a Dio, la sua morte mi lascia un vuoto personale nell’anima, come la morte di mio padre, o di mia madre. Per la nostra generazione, è l’uomo che ci ha insegnato a dire la verità. Una questione che divide gli uomini in due.

La verità che ci raccontò Solgenitsin era l’enorme mostro concentrazionario, inghiottitore di milioni di vittime, che ingrossava nella pancia del paradiso dei lavoratori sovietico. Una verità immane, spaventosa, che colava sangue e gridava vendetta, e che la mia generazione non vedeva. Faceva finta di non vedere. E non solo e tanto in Russia, dove il silenzio aveva una giustificazione nel terrore; era l’Occidente a tacere, era - per quanto mi riguarda - una intera generazione di giornalisti italiani, grandi firme comprese, grandi giornali compresi.

Così capii che anche i giornalisti si dividono in due: e di quelli che tacciono la verità evidente, capii che non si deve fare parte. Che ogni generazione ha l’obbligo di denunciare il suo mostro, quello con cui l’umanità, in quella generazione, convive in silenzio.
Solgenitsin, dicevano in quella metà, non era un vero scrittore; era un pubblicista, un giornalista. Come se questo fosse un modo di sminuirlo. Come se nella nostra epoca di Gulag il primo obbligo, per chi sa scrivere, fosse quello di scrivere romanzi.

I romanzi di Solgenitsin sono effettivamente sbiaditi, in confronto alla sanguinosa potenza di Arcipelago Gulag. Era stato internato nell’orrore di cui si taceva; era stato uno di loro, uno zek; e senza carta nè penna, solo stampandosi nella memoria prodigiosa migliaia di vite, di volti, di nomi e storie di prigionieri e vittime, e dei loro persecutori, aveva scritto il reportage dell’indicibile. E non c’è stato libro, nel nostro ‘900, pari ad Arcipelago; un libro scritto con gli stracci e i pidocchi, la fame e il sangue e lo sterco dei prigionieri.

Si capì allora che l’Unione Sovietica, il grande esperimento del comunismo reale con le sue pretese realizzazioni e «conquiste»,  non era, e non era mai stato, altro che questo: un inghiottitotio di uomini, una immensa energia posta al servizio totale della burocrazia carceraria e della tortura.

Oggi i giovani possono non capirlo, ma era una cosa che negavano non solo i grandi giornalisti nè solo i politi comunisti occidentali, ma i grandi progressisti alla Giorgio Bocca, i grandi direttori avanzati, persino i Papi. Il mostro brulicante di zek morenti e congelati era lì, e nessuno se ne dava per inteso. Non faceva progressista, essere anti-comunista; non agevolava la carriera, ma questo non era il peggio. Il peggio era che denunciare il Gulag non faceva «tendenza».

Così ho imparato, grazie a quel mio e nostro padre russo, che accanto a noi vivono aguzzini potenziali, capaci di tutto. Non in Russia, ma a Milano e a Roma, gente che per non andare contro la «tendenza» di moda è capace di partecipare al massacrro silenzioso del secolo (qualunque sia), di aderirvi e - se la situazione del potere cambia qui da noi - di parteciparvi come poliziotti, delatori e secondini. So che esistono. Sono ancora tra noi.

Tutti, ancora, tacciono il mostro della nostra generazione, quello che ha cominciato ad artigliarci dall’11 settembre, e che oggi si chiama America.

Solgenitsin stava morendo di cancro nel Gulag; fu dimesso perchè andasse a morire a casa, e lo stesso giorno lo raggiunse la notizia della morte di Stalin. Il suo cancro sparì. Egli ha sempre creduto che Dio stesso gli avesse dato altri anni, con il compito di dire la verità fino in fondo. Perchè per dire la verità non si deve, anzitutto, aver paura di morire. Non di quello che possono farti gli uomini - che possono fare di tutto, e vivono accanto a te, nella tua stessa civiltà - perchè ogni ora, per chi dice la verità, è un’ora donata.

Oggi che il comunismo si è volatilizzato come un sogno/incubo, subito dimenticato dagli aguzzini e dai loro complici, sembra impossibile: ma ci volle il coraggio sovrumano di Solgenitsin e di una schiera in gran parte anonima di suoi amici, di persone sopravvissute, che gli hanno portato le loro storie, e le storie degli ingoiati e degli scomparsi, perchè le scrivesse, per fare crollare quella muraglia. E Solgenitsin, dicendo la verità, ha riabilitato i russi; ha riabilitato, lui patriota, la Russia.

Negli ultimi anni, nella tarda vecchiaia ancora prodigiosamente attiva, si è dedicato alla storia degli ebrei e alla loro parte nella costruzione del Gulag e, più in generale, del sistema di menzogna che è la modernità. Degli ebrei proprio come gruppo etnico, che in massa partecipò alla «rivoluzione» e alla sua chiusura concentrazionaria, e che oggi non si pente di nulla, non riconosce alcuna responsabilità, gettandola invece e sempre sugli altri.

Ecco un’altra cosa che non fa tendenza, che non si deve dire; che fa bollare come «antisemiti»  esattamente come trent’anni fa faceva bollare da «anticomunisti» che non avevano capito «la direzione della storia». Nella sua vecchiaia, Solgenitsin ha violato questo tabù.

Il suo libro «Due Secoli Insieme» è ciò che Arcipelago Gulag fu per gli anni ‘70-‘80 del 900. Egli aveva capito che l’obbligo di non tacere la verità, oggi, per la nostra presente generazione, significa non tacere la parte che l’ebraismo ha nel mondo, e a cui conduce il mondo. Un’altra questione che divide l’umanità in due.

L’umanità che tace l’evidenza per convenienza o per moda, che si fa complice del mostro attuale e presente fingendo di «vegliare» perchè non ritorni un nazismo, un mostro passato e defunto e che la nostra generazione non deve combattere, è anche oggi la maggior parte dell’umanità.

Ma il peso delle due umanità, ci ha insegnato Solgenitsin, non è uguale. Le poche decine che dicono la verità pesano più dei milioni che tacciono. Perciò, benchè siamo lieti che egli sia ormai al sicuro presso la Verità,  la sua morte ha aperto un grando vuoto nelle nostre anime personali.

Solgenitsin lascia il vuoto di milioni di uomini; un vuoto che i miliardi di uomini che vivono nella menzogna non riempiranno mai.

Maurizio Blondet.

Fonte: effedieffe.com
 
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